Racconti di Barcellona

Basta un attimo alla vita per insegnarci cos’è la paura. Fino a pochi istanti prima, stavamo camminando tranquillamente per la Rambla, osservando i negozi e all’improvviso ci ritroviamo a correre, a gridare, senza neanche renderci effettivamente conto di cosa stia accadendo. Vediamo di sfuggita il furgoncino, prima di infilarci in una delle vie laterali e correre alla rinfusa in cerca di un rifugio che non abbia ancora abbassato le saracinesche. Improvvisamente mi sento afferrare per un braccio e, dimenticandomi di tutto il resto, cerco disperatamente lo sguardo di mia madre: due camerieri dell’Hard Rock di piazza Catalogna ci stavano tirando dentro al locale assieme ad un fiume di gente in preda al panico. Il resto dello staff ha subito chiuso le saracinesche e ci ha fatti scendere al piano di sotto, raccomandandoci di mantenere la calma e distribuendo dosi massicce di camomilla a chiunque ne avesse bisogno. Nessuno riesce a capire più niente, l’unica cosa di cui si è certi è il furgoncino bianco e le chiazze di sangue per terra. Il tempo sembra non passare mai, tutt’ora non saprei dire con precisione per quanto tempo siamo rimasti lì dentro, stringendoci gli uni con gli altri senza dire nulla, oppure piangendo a dirotto. Per tutto il tempo, ero convinta che da un momento all’altro qualcuno avrebbe sfondato le saracinesche e ci avrebbe crivellati di colpi.

Dopo circa un paio d’ore, che a tutti noi sono sembrati anni, fanno irruzione i Mossos d’Esquadra, armati fino ai denti, che ispezionano il locale e ci dicono che possiamo uscire. Nessuno si muove, nessuno vuole andarsene per primo e “tastare il terreno”, nessuno ha la forza per alzarsi da terra. Restiamo tutti immobili per un paio di minuti, dopodiché, visibilmente scossi, ci trasciniamo lentamente su per le scale in una fila ordinata, senza dire una parola. Solo a casa, al sicuro tra quattro mura e dopo aver bevuto un altro paio di tazze di camomilla, io e mia madre riusciamo effettivamente a renderci conto di cosa sia accaduto e di quanto siamo fortunate ad essere ancora vive. Dopo aver fatto un rapido giro di telefonate per avvisare amici a parenti, scivoliamo nei letti delle nostre stanze con un unico pensiero a rimbombarci in testa: “Perché?”

Fortunatamente non a tutti è andata così male. Anche il professore Alvino, docente di storia dell’arte presso il nostro Liceo si trovava a Barcellona il giorno dell’attentato, a circa 200 metri dalla Rambla. Era entrato in una libreria con la sua compagna e improvvisamente le saracinesche si erano abbassate. Il personale ha subito avvisato la clientela di quanto stava accadendo e tutti i dipendenti si sono messi a disposizione dei clienti. Dopo un paio d’ore anche loro sono potuti uscire: il professore si era sentito alquanto rassicurato dall’efficienza delle misure di sicurezza di Barcellona e del fatto che ogni taxi disponibile si stava dirigendo sulla Ramba per soccorrere i feriti, cosa che lo ha costretto a prendere la metropolitana. Sembra incredibile come basti una minima distanza di 200 metri a dividere persone, con esperienze così diverse: chi non si è trovato a correre, chi non ha visto il furgoncino, era certamente molto meno destabilizzato di chi invece ha creduto di morire o è rimasto ferito, e questa differenza si è sentita moltissimo nei giorni successivi.

 

Michelle Joy Pane, 3a I

 

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