Il Blue Whale è un gioco e chi vince è un eroe?

Il coraggio d’animo


Nella società moderna il concetto di eroismo è molto distorto. Nei poemi omerici l’eroe tipo viene descritto come un uomo dotato di grande intelletto, equilibrio e forza fisica, che segue il concetto di “kalos kai agathos” ovvero “bello e buono”. Ciò significa che, in passato, le qualità che rendevano un eroe tale erano veri e propri valori morali, quali coraggio e ragione. Oggi invece si tende a considerare eroe chiunque sappia fare qualcosa che gli altri non saprebbero fare o non avrebbero il coraggio di fare. Questo coraggio però non si rispecchia in un coraggio d’animo (come invece lo intendeva Omero nei suoi poemi) ma piuttosto nel coraggio di sorpassare i limiti. Questo porta le persone più deboli caratterialmente, spinte da un desiderio di attenzione e compiacimento dei propri coetanei a compiere gesta dagli ultimi ritenute “coraggiose” infrangendo regole da tutti ritenute inviolabili. E’ qui che nasce il “gioco” Blue Whale: coloro che sono più insicuri, per liberarsi da questa idea che gli altri hanno di loro, iniziano a “giocare”. Quello che inizialmente sembra un gioco, si trasforma in una dipendenza continuamente alimentata dall’attenzione degli amici. Le sfide proposte ai “giocatori” dopo poco tempo, alterano la lucidità di pensiero di questi. “Una volta iniziato non si riesce a tornare più indietro” queste sono le parole dell’incaricato del servizio delle Iene su questo argomento. Il “gioco” Blue Whale non è quindi gioco e chi vi partecipa non è un eroe. Un eroe è una persona dotata anche di equilibrio mentale e chi sceglie di partecipare lo perde completamente. Un gioco deve essere qualcosa di piacevole, che fa divertire prima di tutto noi, e non gli altri. Per me il Blue Whale è piuttosto una droga distruttrice e assassina nei confronti di quelli che sono non giocatori ma vittime.
Quando il male diventa un valore

Essendo da sempre l’eroe considerato come una persona che fa del bene, ma soprattutto considerato eroe da chi lo sostiene, potrei addirittura rispondere affermativamente a parte della domanda iniziale. Il Blue Whale (in Italiano balena blu) prende nome da una specie di balena appunto blu, che a seguito di traumi emotivi o senza alcun motivo in alcuni casi, si arena sulle coste del Pacifico per suicidarsi. Diffusa attraverso i social, si può aderire contattando i responsabili. Le regole sono semplici: non parlare con nessuno ed eseguire ogni comando che ti verrà imposto per 50 giorni filmandoti mentre lo esegui. Si inizia con il tagliarsi le vene e vedere film horror, ma sono gli ultimi 20 giorni che condizioneranno la notte di chi partecipa, poiché ti dovrai svegliare alle 4:20 di mattina quando non sei ancora totalmente cosciente e vedere video di ogni genere macabro: suicidi, omicidi, violenze, abusi sessuali, stragi.

Ed è appunto in questo periodo della “macabra procedura” (poiché, affermando la prima parte della domanda, non è un “gioco” né si può definire tale) che i tuo cervello nel subconscio inizierà ad accettare la morte come giusto destino ed inevitabile. Da qui prende spunto la mia affermazione iniziale: se mi viene imposto il bene come giusto io considero eroe colui che agisce per il bene. Analogamente, se all’inverso, mi viene imposto come giusta la morte, allora paradossalmente e assurdamente riterrò eroe… chi muore.

Eppure oltre al lavaggio del cervello, un modo per evitare disastri c’è. Come l’eroe greco Achille ha il tallone, l’eroe suicida ha la parte del cervello che combatte questa situazione. Infatti una vittima della pratica inizierà a disegnare balene (poiché varie missioni assegnano tali disegni) e diventerà riconoscibile a chi lo circonda. Individuata la vittima non servono psicologi, è l’affetto che vince questo desidero di morte. Perché è appunto la mancanza di affetto che -spesso- spinge ad iniziare, essendo il tutto proposto come “soluzione” dai malefici creatori. Un’altra causa potrebbe essere l’ulteriore lavaggio del cervello causato dai social che fanno pensare che sia bene il male. 

In conclusione non è mai troppo presto per prevenire e mai troppo tardi per agire.
Una generazione da riempire

In definitiva i “giocatori” non devono essere considerati eroi ma non devono nemmeno essere attribuite loro eccessive colpe. Siamo ancora una generazione acerba, non matura. Siamo una generazione da riempire: i tutor riescono a influenzare i giocatori proprio per questo.
Andrea Cimmino, Fabrizio Grimaldi, Edoardo de Sanctis   1ª F

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...