Per sommi capi: approfondimento sulla guerra civile siriana

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Nel 2011 inizia una guerra civile che si evolverà fino a diventare uno dei più grandi disastri di questo giovane secolo, il centro dell’attenzione mondiale, e la partita più importante del gioco tra le vecchie e le ascendenti potenze globali. Questo paese relativamente prospero, stabile e laico, la Siria, diventa nel giro di una lunghissima guerra di 6 anni uno scheletro, affamato, dal quale si fugge, nel quale si muore nella confusione di una guerra per procura. Di fronte a questo, come di fronte ad ogni altra guerra, sarebbe inumano rimanere indifferenti e incivile rimanere ignoranti; con questo approfondimento vogliamo ricostruire per sommi capi gli avvenimenti siriani, in vista dell’assemblea tematica del 21 e sperando di interessare e informare gli studenti. Tutte le fonti sono riportate in fondo e i link si trovano, per comodità, anche online (mentesmovere.wordpress.com).

a cura di   Vittorio Polizzi, 5a B e Raffaele Tartaglia, 2a D

Un salto indietro

La Siria, indipendente dalla Francia dal 1946, visse un periodo di forte instabilità politica fin dalla sua nascita come stato autonomo. Raggiunse una relativa stabilità solo nel 1963 quando il governo fu assunto dal partito Ba’th, ovvero il Partito della Resurrezione Araba Socialista, che aspirava alla creazione di un unico Stato laico che riunisse tutto il popolo arabo rendendolo indipendente e libero dalle Potenze Occidentali che fin dalla Prima Guerra Mondiale avevano imposto la loro presenza nella regione.

Durante il suo governo autoritario e monopartitico, Hafiz Al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar,  modernizzò  la Siria che divenne uno dei paesi più sviluppati della regione; si alleò con l’Unione Sovietica, garantendo quindi forze più bilanciate nello scenario mediorientale. Nonostante la disgregazione dell’URSS nel ’91, il mondo ha continuato a funzionare per blocchi contrapposti, e la Siria è rimasta, e lo è tuttora, alleata della Federazione Russa. Il buon rapporto che lega il governo siriano e quello russo si basa sul mutuo beneficio strategico che i due paesi si assicurano: un gigante geopolitico senza accesso al Mediterraneo e senza basi militari nel Medio Oriente è un gigante chiuso in casa sua che non può proiettare la propria egemonia su due delle regioni più importanti del pianeta. Da parte sua un paese come la Siria, nonostante la sua relativa potenza, non potrebbe sopravvivere a lungo nei giochi tra potenze nel Medio Oriente senza la protezione di un esercito e di una forza diplomatica come quella russa. L’unico porto militare russo nel mediterraneo è quello di Tartus, nella Siria Nord Occidentale, mentre nella vicina regione di Latakia ci sono delle basi militari russe, dalle quali opera l’aviazione.

 

Primavere di ribellione

Nel 2011 in tutto il mondo arabo si sviluppano grandi rivolte popolari, che coinvolgono rapidamente anche la Siria. Inizialmente le contestazioni sono pacifiche, ma ben presto i manifestanti diventano rivoltosi armati e l’esercito governativo inizia ad usare la violenza sulla popolazione; in poche settimane la situazione degenera e si diffonde quella che diventa una vera e propria guerra civile.

Eppure da molto tempo in Siria spirava vento di guerra: già dal 2009 gruppi di guerriglieri armati si scontravano con l’esercito regolare seminando il panico nelle province di Aleppo ed Homs; le manifestazioni relative alle Primavere Arabe quindi non hanno fatto che peggiorare una situazione già a rischio.

Per quale motivo la Siria, un paese così sviluppato e ricco, paragonato ai suoi vicini, cade in una crisi così profonda?

Tra le innumerevoli concause, una delle maggiori è senza dubbio la contesa per il controllo del gas naturale, la nuova risorsa ritenuta la fonte d’energia del XXI secolo.

Nel 1990 fu scoperto il più grande giacimento di metano al mondo nel mezzo del Golfo Persico, il South Pars/North Dome, situato a metà tra le acque territoriali del Qatar, nazione sunnita ed allineata con gli Stati Uniti, la Turchia, l’Arabia Saudita e la Giordania; e per metà nel territorio dell’Iran, paese sciita ed alleato con la Siria, il Libano e la Russia.

Nel 2009 si cominciò a programmare un aumento della produzione di metano sia in Qatar che in Iran, poiché entrambi i paesi erano desiderosi di commerciare sul mercato europeo, in crescita e completamente dipendente dalla Russia. Così entrambi misero a punto un progetto per costruire un metanodotto che potesse portare questo gas in Europa.

Il primo, quello del Qatar, sarebbe dovuto passare per l’Arabia Saudita, la Giordania, la Siria e la Turchia per poi congiungersi con un altro metanodotto in progettazione chiamato Nabucco, voluto dagli USA, che avrebbe dovuto trasportare il gas dell’Azerbaijan, e che oggi è stato sostituito con la linea TAP-TANAP. Il Nabucco, fin dalla sua nascita, è stato considerato un progetto fallimentare, perché appariva poco conveniente creare un collegamento con gli esigui giacimenti azeri; ma se si fosse congiunto con la pipeline del Qatar, avrebbe aumentato considerevolmente la sua portata dando un senso al progetto che avrebbe liberato l’Europa dal rapporto di dipendenza energetica con la Russia. Un obiettivo importante per un Occidente che non vuole trovarsi ricattabile sul piano energetico.

Contemporaneamente l’Iran progettò un’altra linea, che partendo dal giacimento South Pars, avrebbe attraversato l’Iran, l’Iraq e la Siria per poter giungere in Europa via mare, e da qui nasce l’intoppo: Bashar al-Assad, il presidente siriano, per difendere gli interessi dei suoi alleati russi ed iraniani nel 2009 non firmò con il Qatar l’accordo per costruire il suo metanodotto nei territori siriani, strategicamente fondamentali per il percorso, mandando in crisi sia i progetti qatarioti che turchi; mentre nel 2012 acconsentì alla costruzione del “metanodotto islamico” proveniente dall’Iran.

Dal rifiuto di Assad, iniziarono le rivolte in Siria, miliziani jihadisti stranieri sciamarono nel paese iniziando una guerra che si protrae ancora oggi. Non è un caso che gli scontri si siano concentrati nei territori dove sarebbe dovuto passare il “metanodotto islamico”; e non è casuale o disinteressato l’intervento di forze straniere come la Russia, che in Siria ha bisogno di tutelare i propri interessi economici e politici garantendo la sopravvivenza di un regime alleato e assicurandosi il controllo dei flussi di metano verso l’Europa; come non è un caso che sia dimostrato l’intervento di forze speciali e servizi segreti turchi, qatarioti, israeliani e di altri paesi occidentali, che a loro volta vogliono influenzare le sorti della guerra a loro vantaggio, senza curarsi delle centinaia di migliaia di vittime e dei milioni di profughi che sono stati costretti ad allontanarsi dal loro paese e dalla loro vita.

Ribelli, mica estremisti

Nel 2014 Abu Sakkar, un comandante dei Ribelli Moderati (si vuole porre l’attenzione su quest’ultima parola), si fece filmare davanti al cadavere di un soldato del governo siriano mentre pronunciava queste parole per poi metterle in rete “Giuro davanti a Dio, soldati di Bashar (Al-Assad, ndr), che a voi cani mangeremo il cuore e il fegato! Takbir (Dio è il più grande, ndr)! Miei eroi di Baba Amr[ quartiere della città di Homs, ndr], massacrate gli alawiti [la minoranza religiosa a cui appartiene la famiglia Assad, ndr] e strappate loro i cuori per mangiarli!”  mentre illustrava a mani nude cosa avrebbero dovuto fare gli eroi di Baba Amr, sembrando anche apprezzare il sapore della vittoria… Questo è un caso esemplare che mette in cattiva luce la narrazione occidentale secondo cui i Ribelli siano i buoni, i moderati e i giusti che combattono il cattivo Assad e gli estremisti dell’Isis. Al di là dell’esempio, i Ribelli hanno un comportamento ambiguo : la stessa ideologia del gruppo non è identificabile, nella diversità della loro composizione, varia dall’estremismo musulmano di chi vuole uno stato teocratico (il Fronte di Liberazione Siriano), fino all’islamismo moderato e al laicismo dei combattenti non religiosi (l’ELS). Come l’Isis questi gruppi vogliono uccidere Assad e spesso si forniscono supporto reciproco proprio con lo “Stato islamico”; non si rileva, inoltre, nessuna differenza nel loro rapporto con i civili, barbaro in entrambi i casi.

Ognuno con la propria linea

Questo paragrafo richiede una puntualizzazione: solo le Nazioni Unite hanno la facoltà di legittimare un’aggressione militare, attraverso lo status di intervento umanitario. Le Nazioni membro sono tenute a rispettare le disposizioni Onu e ogni operazione militare compiuta con consenso unilaterale nei confini di un altra nazione è considerata un crimine internazionale, salvo diversi accordi tra le nazioni. Tutt’oggi né l’Onu né la Siria hanno autorizzato nessun esercito, eccetto quello russo, a condurre nessuna operazione sul territorio siriano.

Detto questo, in un discorso del 20 Agosto 2012 l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, rappresentò con il concetto di “ linea rossa “ il punto oltre il quale il governo siriano non sarebbe potuto spingersi senza doverne rendere conto agli Stati Uniti;“La linea rossa per noi è, tanto per dire, un gran movimento di armi chimiche o  l’utilizzo di esse.”, linea oltre la quale ci sarebbero state “ […] delle enormi conseguenze.” per il governo siriano.  La “linea rossa” è dunque un sinonimo di casus belli, la giustificazione che rende doveroso, quasi morale, l’intervento militare. D’altronde certe linee sull’opinione pubblica fanno presa, e per i paesi di una certa stazza è necessario solo il consenso interno per passare all’azione. L’ONU non ha un esercito, tanto meno una volontà, quando si viene a condannare alcuni suoi membri…

Oltre la linea

Assad oltrepassò la linea la mattina del 21 Agosto 2013, un anno dopo il discorso, con l’utilizzo di armi chimiche nella strage di Ghuta, una periferia della capitale Damasco, che quella mattina fu colpita da missili contenenti agenti chimici, tra cui il Sarin, uccidendo tra le 200 e le 1700 persone. La stima delle vittime è molto oscillante, una conseguenza della confusione mediatica che seguì l’attacco. L’ONU, l’unica organizzazione che nel diritto internazionale può legittimare un’aggressione attraverso lo status di intervento umanitario, inviò una squadra d’indagine internazionale sul campo per stabilire cosa fosse successo quella mattina. La squadra non ha mai ritenuto responsabile l’esercito di Assad del lancio dei missili, che contenevano agenti chimici di cui Assad era in possesso ma accessibili anche agli stessi Ribelli. La valutazione finale del documento da parte delle Nazioni Unite si pose sulla cauta posizione di non poter attribuire né ad Assad né ai Ribelli la responsabilità dell’attacco, cauta posizione che la totalità dell’informazione mondiale ha ignorato per attribuire, senza ombra di dubbio già da poche ore dopo l’accaduto, la colpa al governo siriano. Checchè ne pensino le testate internazionali, non è l’autorevolissimo Osservatorio Siriano per i Diritti Umani a stabilire la “verità”, bensì le Nazioni Unite.

 

Tensioni da smantellare

Oltrepassata la linea rossa e col favore dell’indignazione dell’opinione pubblica mondiale, gli Stati Uniti e i paesi alleati erano sul punto di intervenire militarmente, vendicando le vittime di Ghuta, nonostante ciò comportasse una violazione del diritto internazionale.

Nel momento più critico della questione il grande protettore della Siria, la Russia, mediò una soluzione diplomatica con la quale si scongiurava l’intervento militare occidentale in cambio dello smantellamento dell’arsenale chimico siriano, avvenuto con successo e sotto controllo statunitense. “Lunedì 18 Agosto (2014) il dipartimento della Difesa statunitense ha detto che tutti i componenti per la fabbricazione di armi chimiche appartenute al governo siriano sono stati distrutti”, su una nave della U.S. Navy, la Cape Ray, che si è trasformata in un centro di smaltimento dei composti chimici, al largo di Gioia Tauro. Questa soluzione ha scongiurato l’intervento diretto, ancora una volta rimandato.

 

Nascita di una nazione.

Non si può più intervenire direttamente nel conflitto tra il governo siriano e i ribelli… con una buona tempistica nel 2013 si inizia a sentir parlare di Isis, l’acronimo inglese di “Stato Islamico di Iraq e Siria”, il piccolo esercito di estremisti religiosi che dal nulla conquista quasi la metà dei territori di Siria e Iraq e crea uno stato che tiene testa, per anni, a tutte le più grandi nazioni del mondo. Proclamatosi stato indipendente il 29 giugno 2014, l’Isis pone come sua capitale Raqqa, nel Nord della Siria. Questi uomini di evidente genio militare, politico e organizzativo sono capeggiati dal comandante Abu Bakr Al-Baghdadi, ex-prigioniero, assieme a molti altri fondatori dello Stato Islamico, della prigione americana di Camp Bucca, nel Sud dell Iraq. Con la dismissione di Camp Bucca interi quadri dirigenti dello Stato Islamico si sono ritrovati liberi di scorrazzare per il Medio Oriente, e molte testate internazionali hanno considerato Camp Bucca come la culla dello Stato Islamico. La travolgente avanzata dell’Isis si lega agli attentati avvenuti in Occidente e alla distruzione, poi rivelatasi parziale, dei simboli della storia siriana negli scavi di Palmira; una grande azione di propaganda volta a indignare e spaventare l’Occidente, amplificata dai grandi media che, vista sotto una certa ottica, hanno fatto il suo gioco. L’Isis, come tutti i gruppi che agiscono in questo contesto, ha una storia lunga e contorta, volendo decennale, che ha le sue radici in Al-Qaeda. L’organizzazione si fa ben presto odiare e temere da tutto il mondo, se non si poteva più intervenire per far rispettare la linea rossa ora si poteva finalmente farlo per combattere questo pericolosissimo gruppo.

 

L’unione fa la forza.

Nel 2014 si forma dunque la “Coalizione Internazionale Contro l’Isis”, a guida statunitense, comprendente la maggior parte dei paesi Nato, Italia inclusa, e molti altri paesi arabi (le “monarchie del golfo”). Inizialmente fu offerto alla Russia di entrare a far parte della Coalizione, invito che rifiutò per perseguire le proprie politiche militari senza dipendere dai comandi esteri. La Coalizione opera quindi da anni sul territorio siriano combattendo l’Isis, ma urtando Assad col gomito nel trambusto e auspicandosi che qualcuno lo ammazzi comunque. La Coalizione, come già facevano i suoi stati membri prima, fornisce supporto alla galassia di formazioni Ribelli, con il dispiego di corpi speciali, addestratori, aiuti di intelligence e logistici; interviene direttamente sul campo con numerosissimi bombardamenti aerei e ha imbastito un inosservato, ma devastante, embargo totale nei confronti di tutta la Siria. La Coalizione ha quindi deciso di non intervenite con i “boots on the ground”, con le forze armate di terra, per evitare di invadere per l’ennesima volta un paese e fiduciosa che Assad sarebbe caduto per mano dei Ribelli. Le sopracitate misure contro l’Isis si sono in qualunque caso rivelate molto efficaci anche contro il governo siriano. Alcuni analisti sollevano il dubbio sull’efficacia dell’intervento della Coalizione nel combattere l’Isis: stando ad Airwars, un organizzazione no-profit per la trasparenza sulle operazioni della Coalizione, si contano 77mila tra bombe e missili sganciati sui più o meno 30 mila miliziani dello stato islamico. Sono stati quindi dedicati ad ogni singolo miliziano, con ordigni di precisione, centinaia di kg di esplosivo, non riuscendo con questo massiccio supporto aereo a fermare un’avanzata che ha iniziato a declinare solo conseguentemente ad un più modesto, ma più deciso, intervento russo.

 

Volgendo verso la fine?

Nel 2016 il lento cammino verso la caduta di Assad sembrava essersi arrestato.  L’intervento russo, iniziato il 30 Settembre 2015, sconvolse l’intero corso della guerra, risultando più efficace nella lotta all’Isis in pochi mesi di quanto lo fosse stata la Coalizione in due anni. Oltre all’Isis l’aviazione russa colpisce anche i Ribelli, supportando Assad nella riconquista dei territori siriani occidentali, dove l’Isis non ha una presenza significativa. Nel Marzo del 2016 gli scavi archeologici di Palmira, nel cuore della Siria, sono stati liberati dall’esercito siriano. Palmira era uno dei simboli della forza distruttrice dell’Isis, che aveva scioccato il mondo con i video della distruzione iconoclasta degli antichissimi resti di epoca romana, quindi la riconquista era più importante sul piano propagandistico che militare.

Pochi giorni dopo la vittoria infatti la Russia inviò l’orchestra filarmonica di San Pietroburgo a suonare in un anfiteatro romano negli scavi, un evento studiato e voluto per dimostrare all’opinione pubblica occidentale la legittimità dell’intervento russo, fortemente osteggiato.  Il 22 Dicembre 2016 Aleppo, una grande città nel Nord della Siria, viene ripresa dal governo siriano dopo un lungo e sanguinoso assedio, segnato da tregue d’opportunità non rispettate. Di tutta risposta ribelli, curdi e americani lanciano due assedi decisivi, Raqqa, la capitale del sedicente Stato Islamico, e Mosul, la città dell’Isis più importante in Iraq, rispettivamente il 6 Novembre e il 16 Ottobre, entrambi ancora in corso ma sulla via dell’espugnazione. Le dinamiche di questa guerra che volge sul finire sono quelle della corsa alla conquista prima che arrivi l’altro. Fino a poco tempo fa gli assetti post-bellici sarebbero potuti essere, a grandi linee, disegnati: Assad sarebbe rimasto e ci sarebbe stata da sbrigare la questione delle milizie curde dell’YPG al confine Nord tra Turchia e Siria risolta probabilmente con la creazione di un nuovo stato. Sembrava una guerra persa per gli Stati Uniti…

Di nuovo sulla linea, senza troppa convinzione.

Pochi giorni fa, la mattina del 4 Aprile, Ghuta si ripete nel distretto di Idlib, nella cittadina di Khan Sheikhoun. Da allora sul web sono apparsi numerosi filmati amatoriali e tweets che sostengono l’ipotesi di un attacco chimico governativo, ed ancora una volta i media di tutto il mondo, basandosi su queste prove carenti si sono scagliati contro Assad producendo effetti analoghi a quelli di Ghuta. Da parte sua il governo siriano ha negato l’utilizzo di armi chimiche e Ban Ki Moon, il segretario dell’ONU, ha dichiarato che “ci sarà un processo per accertare le sue (di Assad) responsabilità”. Indagini terze fino ad ora non ce ne sono state ma, come detto sopra, ciò non è rilevante ai fini dell’informazione mondiale.

Siccome un ultimatum di un presidente USA non può essere ignorato, il presidente Trump ha dovuto agire contrariamente alle sue politiche ed intervenire in Siria, lanciando 59 missili tomahawk sulla base militare di Al Shayrat. L’esito dell’attacco lascia dubbi sulle intenzioni reali degli Stati Uniti essendo stato inefficace e puramente dimostrativo. Dei precisissimi 59 missili solo 23 hanno colpito l’obiettivo e degli altri 36 non c’è dato sapere. Sebbene questo abbia riaperto uno spiraglio sulla possibilità di un intervento statunitense, crediamo che sia stata un’azione puramente dimostrativa, alla stregua dei bombardamenti ordinati da Hollande per vendicare l’attentato al Bataclan. Si potrebbe affermare che sia ingiusto voler vendicare le non-convenzionali sofferenze di queste vittime ma non le convenzionali sofferenze di tutte le altre.

Un pericoloso occhio di parte.

Si è voluto mantenere un tono non eccessivamente schierato in tutto l’approfondimento, ma non possiamo farlo con questa questione in particolare, che dimostra come sulle guerre ci debba sempre e necessariamente essere un pesante velo di menzogne, per tutte le parti, pena il dubbio dei cittadini sulla loro bontà. La quasi totalità dell’informazione occidentale, sia televisiva che cartacea, sulla guerra siriana si fonda sulle osservazioni dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Come fonte di quest’affermazione portiamo la semplice proposta di ricercare su internet notizie varie sul conflitto, soprattutto quelle riguardanti attacchi, bombardamenti e annesse stime degli autori e delle vittime. Verificate da voi che tantissimi titoli, di tantissime testate diverse, portano come fonte l’Osservatorio.

L’Osservatorio altro non è che un blog gestito da un uomo di mezza età che abita in Inghillterra da 15 anni. Rami Abdel Raman, oppositore del regime di Assad padre, fuggito in Inghilterra in seguito ad un arresto di 6 mesi, quindi decisamente schierato tra le fazioni in gioco, osserva dalla pericolosa postazione di Coventry, nei pressi di Birmingham, il caotico conflitto composto da mille fazioni e diecimila fronti, facendo dipendere l’opinione mondiale dalla sua vastissima rete di contatti sul campo che né lui né nessun altro ha mai dimostrato di avere. L’informazione dell’Osservatorio riporta quasi esclusivamente, e per canali privilegiati, le violenze compiute dal governo siriano e da quello russo, tacendo quelle degli schieramenti supportati dalla Coalizione e dalla Nato e per i quali Rami simpatizza, i Ribelli. Invitiamo apertamente a guardare con sospetto e ad approfondire le notizie che portano come fonte l’Osservatorio.

 

Bibliografia:

http://www.reuters.com/article/us-syria-crisis-rebels-idUSBRE8B70AJ20121208

http://www.lapresse.it/siria-video-mostra-ribelle-mangiare-cuore-di-soldato-hrw-condanna.html

http://www.repubblica.it/esteri/2013/10/07/news/siria_al_via_la_distruzione_dell_arsenale_chimico_di_assad-68059677/

http://www.un.org/disarmament/content/slideshow/Secretary_General_Report_of_CW_Investigation.pdf

https://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

http://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2016/05/27-syria-eu-extends-sanctions/

http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/siria-escalation-internazionale-guerra-civile-tutto-per-un-pugno-di-gasdotti-30369/#mkOfIIZMQ1WMdQ3T.99

https://www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/aug/30/syria-chemical-attack-war-intervention-oil-gas-energy-pipelines)

http://www.hurriyetdailynews.com/moscow-rejects-saudi-offer-to-drop-assad-for-arms-deal.aspx?pageID=238&nid=52245

http://www.linkiesta.it/it/article/2012/03/11/in-siria-la-guerra-ce-gia-e-la-guidano-i-servizi-segreti-di-parigi/3441/

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1117378/ban-ki-moon-in-siria-usate-certamente-armi-chimiche-assad-andra-processato-.shtml

Per approfondire:

http://www.huffingtonpost.com/daniel-wagner/the-dangers-of-providing-_b_3443615.html

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